Un piano diabolico


Lombardia cementificazione

Lucia Scotton

 Niente sconti al piano casa della Regione Lombardia da parte di Legambiente, Fai, Lipu e WWF che, in una nota congiunta a sindaci e consigli comunali, mettono in luce le numerose criticità e contraddizioni del documento e chiedono di bloccare la legge.

Prodotto della conferenza Stato-Regioni, il piano casa si propone come intervento in puro stile “palazzinaro” per assicurare, in tempo di crisi, il “rilancio dell”economia”, peccato che si tratti della solita economia, quella del cemento che ha devastato il nostro paese. E’ piuttosto evidente che non si tratta del solo settore crisi, ed è ormai opinione condivisa dagli economisti che l’industria immobiliare assicura un rilancio solo momentaneo mentre garantisce meno del 50% della rendita condivisa. E non dimentichiamoci che  l’edilizia resat uno dei settori preferiti dalle organizzazioni criminali. Inoltre ricorda giustamente la nota sopra citata  che “la crisi finanziaria globale ha avuto, almeno negli Stati Uniti, origini strettamente legate proprio allo sviluppo immobiliare”.

Ma tralasciamo per il momento questo aspetto, anche se per nulla secondario in un discorso di sviluppo economico, e veniamo alla fondamentale questione ambientale. Chi vive in Lombardia, e non solo a Milano, non può non avvertire quel senso di soffocamento da cemento. Da una provincia all’altra – e quella di Pavia è tra le meno martoriate – si passa da un centro abitato ad un altro quasi senza soluzione di continuità. Inutili dunque gli sforzi fatti, in particolare da alcuni comuni per combattere il consumo del suolo. Nessuna area è stata identificata come off limits e le battaglie sono lì a venire.  La Regione Lombardia addirittura consente l’aumento volumetrico fino a 20% nei centri storici e nei parchi mentre per l’edilizia pubblica fino a 40% , con il rischio di congestionare ulteriormente zone residenziali che già presentano problematiche di tipo socio-ambientale. La riqualificazione degli immobili di edilizia pubblica esistenti è citata nel piano senza tuttavia uno stanziamento di fondi che potrebbe avvenire solo in via straordinaria. In un’ottica di ambiente al servizio dell’uomo e non di integrazione reciproca le argomentazioni a sostegno di tali scelte sono quelle della carenza di alloggi sintomatica della crescita demografica in un paese d’immigrazione. Una semplificazione per non risolvere il problema degli immobili sfitti e delle aree dismesse.

Un elemento chiave per decodificare il documento sta nel progressivo indebolimento del ruolo di enti e amministrazioni locali nella gestione e tutela del loro territorio di competenza. I Comuni vedono i loro strumenti spuntati da decisioni prese dall’alto e sono obbligati a decidere, ora e per sempre, entro il 15 settembre 2009, quali aree dovranno essere risparmiate. Ad aggravare la situazione c’è la diminuzione dei soprintendenti e dei mezzi a loro disposizione, così come la proroga per l’entrata in vigore del Codice dei Beni Culturali, che permette ai soprintendenti di pronunciarsi a progetto ultimato, privandoli del potere di esprimere un parere vincolante sugli interventi nelle aree protette.

La manovra che si nasconde dietro la valorizzazione e riqualificazione del territorio serve semplicemente per aggirare quei vincoli faticosamente posti per salvare quel poco di paesaggio dalle ruspe. In Lombardia risulta “a rischio” il Parco Agricolo Sud, 47 mila ettari con antichi fontanili, terreni fertili e costruzioni storiche, che potrebbero essere modificate per gli aumenti di cubatura concessi dalla nuova legge regionale. Guardando avanti, verso l’Expo, il cielo si addensa di nuvoloni grigi. Grigio cemento.

Osservazioni al Piano Casa Lombardia

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