“In questo progresso scorsoio”


Zanzotto alza la voce (più bella che abbiamo) e denuncia il brutto
(nella società, nella politica, nel paesaggio)


Il nostro “è un paese dominato da una volgarità fatua e rissosa, inserito senza troppa coerenza e convinzione tra un’Europa invecchiante e le esplosioni demografiche vicine. Come dire che siamo sospesi tra un mare di catarro e un mare di sperma…

Se pensate di aver letto male (o troppo in fretta) il virgolettato, rileggetelo. Più e più volte. Come si fa con la poesia. O con un testo che ha tanti di quei livelli di lettura da poter essere trivellato più e più volte.

Un’immagine dell’Italia, di questa nostra Italia, sospesa tra un mare di catarro e uno di sperma se avesse concretezza visiva avrebbe l’audacia dell’opera d’arte. Ha invece la concretezza (e la magnitudine) delle parole di Andrea Zanzotto. E quindi è arte del pensiero.

A 87 anni, il poeta di Pieve di Soligo, la voce più grande che abbiamo, parla con l’ardore e la tempra di un poeta-guerriero all’apice della prestanza (non solo intellettuale), di politica, ambiente, religione, pregiudizi, paesaggio, sentimento. Insomma di tutto quanto fa vita, dentro e oltre la società contingente.

In una mirabile (ma davvero imperdibile) “conversazione” con Marzio Breda (saggista e giornalista del Corriere della Sera, di origine coneglianese), Andrea Zanzotto affresca il soffitto angusto della società in cui viviamo, guardando giù al “teatrino assurdo della politica globale” che ha tra i protagonisti il “populista mediatico Berlusconi” o “il neozar della Russia, Putin” o osservando ciò-che-resta-del paesaggio. E della nostra identità. La “conversazione”, edita da Garzanti, ha come titolo “In questo progresso scorsoio”, che altro non è se non la metà di un epigramma dello stesso Zanzotto (“In questo progresso scorsoio / non so se vengo ingoiato / o se ingoio”). Il titolo, l’aforisma, fanno riferimento alla corsa (irrefrenabile, in potenza) verso il progresso-a-tutti-i-costi, verso il consumismo senza fine e fine a se stesso.

“Oggi – dice Zanzotto – siamo alla mancanza del limite e alla caduta della logica, sotto il mito del prodotto interno lordo: che deve crescere sempre, non si sa perché. Procedendo così, la moltiplicazione geometrica non basterà più ed entreremo in un’iperbole…” quella – appunto – del “progresso scorsoio”.

Nel volume, suddiviso in sezioni (il paesaggio, la politica e le utopie, la storia, la fede, l’etica, l’eros…), Zanzotto punta il dito sulla fragilità del nostro sistema e delle azioni dei suoi protagonisti: “…le ultime oscillazioni della nostra politica – dice – avviliscono ogni speranza. Le stesse persone che mostrano di essere sensibili a una salvaguardia della propria terra si affidano poi in massa a quella parte politica che nega visceralmente ogni forma di ecologia, a partire da quella morale …” L’Italia? “Il nostro – secondo Zanzotto – era e resta un banalissimo e torvo teatrino con una classe dirigente che si è autosqualificata facendo collassare le stesse strutture dello stato, per il prevalere di una corruzione che ha coinvolto interi ceti, di una classe che ha di fatto osteggiato l’opera di veri e propri eroi lasciati soli contro i pidocchi mafiosi, che anzi vennero distribuiti a metastasi in tutte le regioni”.

Ma nell’ultimo capitolo, dedicato all’eros, la voce di Zanzotto-poeta si fa confessione (“ho composto versi terribili, allora”, cioè negli anni della giovinezza, quando il tema d’amore, “il tema dell’eterno rimpianto, declinato su un registro dolciastro e ultrasentimentale era una..noiosa lacrima”); si fa seduzione (“qualunque sia la faglia di malignità che attraversa la natura, l’amore viene avanti…partecipa della grazia della ginestra che si ostina a fiorire sopra il vulcano”, “l’amore è un fatto fondante, la rivelazione di un’esigenza primaria”), si fa – per me – canto lirico (“la donna è una creatura ricca di sicurezza e stabilità, pur nel suo essere anche una “mutante”).

Nel volume, Zanzotto torna sovente – anche grazie alle sollecitazioni del suo interlocutore-coautore – sul Nordest, sul paesaggio di Pieve: viene ricordata la Pontebbana e la mercificazione del sesso, la desolazione del capannone (inedita la poesia su Marghera), il pregiudizio acconciato secondo l’ottica popolare (l’omosessuale? per la gente qualunque era un “matuzel”…).

Il grande Zanzotto, in questo saggio, è sempre grande ma forse più intelligibile grazie alla lente colloquiale di Marzio Breda, che ci fa sentire la voce del poeta “naturalmente” familiare e limpida e forte. E ferma.

Il libro In questo progresso scorsoio verrà presentato (dagli autori) a Pieve di Soligo venerdì 27 febbraio alle 18, presso il ristorante Da Lino e il 19 marzo all’Istituto veneto di cultura di Venezia.

articolo di Emanuela Da Ros per www.oggitreviso.it

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