PAVIA-MILANO, LA BEFFA DEI RITARDI


Pendolari VigevanoIl Coordinamento Provinciale dei Pendolari di Pavia e Provincia (Pavese, Lomellina e Oltrepo’) è  una realtà e rappresenta la voce, finalmente unificata, dei 12mila pendolari del nostro territorio. Siamo lieti di questa collaborazione del Coordinamento con La Provincia Pavese che ha iniziato un percorso a puntate di viaggi sui nostri treni pendolari per testimoniare, attraverso la voce dei pendolari che accompagnano nei viaggi i giornalisti, le inaccettabili carenze e disservizi che ogni giorno siamo costretti a subire. [in]

Da “La Provincia Pavese” del 10 febbraio 2010 – Articolo di Giovanni Scarpa

PAVIA. «Quando vediamo la neve, ci prepariamo al peggio. Cioè, al peggio del peggio». Pavia,  ore 7. I primi pendolari intirizziti e qualcuno con già qualche chilometro alle spalle perché viene da fuori città, incollano gli occhi al monitor.

Sanno che oggi sarà una giornata dura più del solito, per via del maltempo. Accanto al numero di binario e all’indicazione del treno, iniziano a lampeggiare i primi ritardi. La maggior parte dei viaggiatori è equamente distribuita fra chi prende il 7.51 e chi l’8.01. Entrambi per Milano, meta finale per il 95 per cento degli utenti. Appaiono, sinistri, a fianco della corsa e del binario, i ritardi previsti. Timidamente, si comincia con 5 minuti. Ma nessuno ci crede. Preveggenza? Macchè. Esperienza. Di anni. Il tam-tam, via sms o cellulare, è già in funzione dall’alba. «Ad esempio, quello delle 8.01 non segnala nulla al momento – dice Iolanda Nanni, coordinatrice del movimento provinciale dei pendolari, indicando il monitor – . Ma, tanto per dire, mi è appena arrivata la segnalazione da Bressana che questo treno ha già accumulato 40minuti di ritardo».

Infatti, poco dopo ecco la segnalazione. Prudentemente indicata da principio con i soliti 5 minuti. Poi, via via, proprio come profetizzato, i minuti si aggiungono ai minuti. L’indicazione ottimistica lascia spazio poco a poco alla cruda realtà. L’8.25, ad esempio, sempre per Milano, segnerà alla fine 80minuti di ritardo.

Ressa trenipendolariFare il pendolare comporta, oltre a una grande resistenza psicofisica, anche capacità decisionale fuori dal comune. Meglio prendere l’8.01 diretto ma in ritardo, o l’8.09 puntuale ma che fa tutte le fermate? «Sì, ma c’è anche il rischio che, se per caso l’8.01 recupera il ritardo accumulato, ed arriva poi in orario, magari non riesce a passare davanti all’8.09 e si deve accodare, dovendo fare anche lui tutte le fermate pur essendo un diretto…». E mentre la mente schizza velocemente da una possibile soluzione all’altra, c’è la voce ripetitiva e monotona dell’altoparlante che comunica, con impassibile sadismo, schizofrenici cambi di binario. I pendolari devono anche avere buona agilità, per seguire il flusso migratorio da un marciapiede all’altro, come mandrie che improvvisamente hanno perso il senso dell’orientamento e sbandano senza apparente motivo. Invece il motivo c’è, eccome. Lo spostamento deve essere veloce. Perché il treno quando arriva arriva. Però non aspetta. Alla fine, la decisione. Presa, spesso, da chi è riconosciuto al momento capitano di lungo corso di una ciurma allo sbando: «Prendiamo il 7.51». Comunque, una bella responsabilità perché gli altri ti seguono fiduciosi.

Sono già le 8 passate da un pezzo, questo treno in realtà è un Intercity (cioè c’è un supplemento da pagare, non va bene per chi ha l’abbonamento, la multa se ti beccano è di 11 euro). Ma il fine giustifica i mezzi. Al diavolo orari sballati, comunicazioni fittizie e rischi di contravvenzione. Si salta su lo stesso. C’è la concreta speranza di arrivare a Milano solo in mezz’ora, se tutto va bene. Risolutezza e gioia per la fine dell’attesa, si scontrano però subito con il Muro. Salire in carrozza si dimostra un’impresa. La corporatura, qui, gioca la sua carta. Come nella mischia di una partita di rugby. Il piccolo sguscia velocemente, il grosso sgomita potente. Il medio, di norma, subisce. In un modo o nell’altro, si sale. E si parte. Nonostante la neve, costante preoccupazione del viaggiatore quotidiano: «Stamattina forse va bene, siamo poi sull’Intercity che di norma è anche in migliori condizioni rispetto al Regionale». Pigiati come sardine, sul treno «di lusso», senza supplemento, i pendolari si rilassano, si fa per dire. E’ comunque una bella sensazione sentire lo sferragliare sui binari senza altri intoppi. Nessuno fa più caso al caldo soffocante provocato dal sovraffollamento, al pigia-pigia infernale che ti schiaccia contro il vetro lurido. Il treno va, sembra, spedito. Arriva un controllore. Ma nessuno lo degna di uno sguardo. Passa fra i dannati a testa china, sgusciando via veloce come se la legge fisica dell’impenetrabilità dei corpi per lui non esistesse. Sembra quasi sperare che nessuno lo riconosca, nella calca. Non ci pensa nemmeno a chiedere di esibire gli abbonamenti. Ha decine di occhi fiammeggianti puntati su di sé. Qualcuno non vede l’ora di sfogare la sua rabbia.

«Del resto sono vittime anche loro di questo sistema – dice un giovane con tono piatto -. Sanno bene che se per caso chiedono il supplemento rischiano il linciaggio…». Il pendolare sa anche essere feroce, quando è esasperato. Un uomo cerca disperatamente la toilette ma il Muro impedisce qualsiasi movimento. Qualcuno sorride. Il pendolare a volte è anche cinico. Alle 8.20 il Regionale arriva a Rogoredo. Solo una manciata di chilometri lo divide dalla stazione Centrale. Quando il treno si ferma, c’è un fuggi-fuggi generale. Ma come? Non siamo mica arrivati ancora…«No, ma da Rogoredo a Centrale ci mette altri 20minuti se va bene. La soluzione migliore è prendere la metropolitana qui». E’ l’ultima spiegazione della Nanni, coordinatrice dei pendolari, prima di sparire nel flusso degli altri pendolari infagottati che finalmente scendono lasciando entrare una boccata d’aria fresca sulla carrozze. Anche la sua ultima previsione si rivela esatta come una profezia: mentre tutti si smaterializzano ingoiati dai sottopassaggi, il treno sonnecchia e riparte svogliato. Poi si riferma. Poi si riprende. Singhiozza, quasi voglia rispettare i venti minuti esatti per arrivare alla Centrale indicati dalla Nanni. Alle 8.40 il viaggio finisce. All’andata, tutto sommato, non è andata neppure tanto male. Per il ritorno si vedrà.

Articolo di Giovanni Scarpa, estratto da “La Provincia Pavese” del 10 febbraio 2010

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